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Uno studio condotto ad Atlanta ha dimostrato che il numero delle morti per Alzheimer è aumentato, perché la popolazione è composta da un maggior numero di adulti anziani. Si prevede che la prevalenza dell’Alzheimer possa quadruplicare entro il 2050.

Uno studio condotto ad Atlanta, negli Stati Uniti, ha dimostrato che il numero delle morti per Alzheimer è aumentato, in parte perché la popolazione è composta da un maggior numero di adulti anziani; pertanto  si prevede che la prevalenza dell’Alzheimer possa quadruplicare entro il 2050. È importante notare che il maggior aumento del tasso di mortalità è avvenuto negli anziani di età uguale o maggiore a 85 anni negli anni 1999-2005 forse come risultato di corrispondenti diminuzioni dei tassi di mortalità per cause concorrenti di morte, tra cui malattie cardiovascolari e ictus, mentre dal 2005 il tasso di mortalità in questo gruppo di età ha continuato ad aumentare, ma a un ritmo più lento. I crescenti tassi di morte per Alzheimer non sono interessano solo la salute delle persone con la malattia, ma incidono, a volte in modo drammatico, sulle tasche dei pazienti e delle loro famiglie, oltre che su quelle fin troppo poche strutture sanitarie pubbliche finanziate da fondi pubblici.  Si stima che i costi complessivi di assistenza sanitaria a lunga durata per le persone con Alzheimer e altre demenze negli Stati Uniti ammonteranno complessivamente a 259 miliardi di dollari nel 2017. Inoltre, la maggior parte dell’assistenza fornita ai pazienti più anziani con Alzheimer che non vivono in strutture di lungodegenza è a carico di membri della famiglia o di altri badanti non pagati, per cui i costi sociali in fatto di perdita di ore lavorative sono ancora maggiori.

Come fare per ridurre il rischio di demenza?

L’allenamento cerebrale è il primo metodo a dare buoni risultati nella riduzione del rischio di demenza tra gli adulti più anziani.

Uno studio randomizzato e controllato su 2.802 adulti anziani sani in sei centri negli Stati Uniti e li ha seguiti per 10 anni a partire da un’età media di 74 anni, pubblicato sulla rivista Alzheimer & Dementia ha dimostrato che l’allenamento della velocità di elaborazione cerebrale ha comportato un rischio diminuito di demenza del 29% rispetto ai controlli. I partecipanti sono stati randomizzati a un gruppo di controllo o a uno di tre bracci di intervento con diversi tipi di allenamento cognitivo:

  • un gruppo ha lavorato sulle strategie di memoria,
  • un secondo gruppo ha lavorato sulle strategie di ragionamento,
  • un terzo gruppo ha ricevuto un allenamento individualizzato computerizzato per la velocità di elaborazione, con 10 sessioni iniziali nelle prime sei settimane di studio.
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Tutti i partecipanti sono stati valutati con misure cognitive e funzionali all’inizio dello studio, dopo le prime sei settimane e a 1, 2, 3, 5 e 10 anni. Alcuni sottogruppi hanno ricevuto quattro sessioni aggiuntive di allenamento ai mesi 11 e 35 dello studio. I ricercatori non hanno riscontrato differenze significative rispetto al gruppo di controllo nel rischio di demenza per i gruppi di allenamento basati sulle strategie di memoria o di ragionamento, ma il gruppo di allenamento della velocità di elaborazione ha mostrato una riduzione del rischio medio di demenza del 29%. I pazienti che avevano completato più sessioni di esercizio in particolare avevano un rischio più basso.

Cosa possiamo fare preventivamente per allenare la mente da un punto di vista pratico?

I modi per stimolare la mente sono diversi:

  • leggere il più possibile;
  • dilettarsi con cruciverba e sudoku;
  • sforzarsi di non abbandonare quelle attività che ci riescono male, in modo da impegnare e stimolare la nostra mente;
  • quando si esce di casa iniziare a percorrere strade diverse: può aiutare il benessere fisico e mentale;
  • utilizzare la mano meno “pratica” stimola in modo non indifferente le riserve cognitive;
  • imparare a fare qualcosa di nuovo;
  • viaggiare e scoprire nuovi posti e nuove culture, ci aiuta ad essere più vitali e a mantenere sempre attivo il nostro cervello;
  • trovare un hobby: suonare uno strumento musicale, collezionare monete o bambole, fare sport, può aiutare a ritrovare l’elasticità mentale persa.

 

Se le riserve cognitive si stanno progressivamente riducendo può risultare utile sottoporsi alla STIMOLAZIONE MAGNETICA TRANSCRANICA (TMS).

Di cosa si tratta?

È una tecnica non invasiva di stimolazione elettromagnetica del tessuto cerebrale utilizzato a scopo diagnostico-terapeutico.

Come funziona?

Uno strumento chiamato “stimolatore” fornisce energia elettrica ad un manipolo (chiamato “ansa” o “coil”) che genera un campo magnetico per un breve periodo di tempo prestabilito. Passando senza ostacolo ed in modo indolore attraverso il cuoio capelluto e la scatola cranica, lo stimolo raggiungendo le strutture del cervello sottostanti, ne  modifica l’attività elettrica, per migliorare le funzioni encefaliche.

Chi può sottoporsi al trattamento?

  • Tutti i pazienti, purchè vengano ritenuti idonei dal medico competente della metodica. È preferibile evitare di sottoporre chi è affetto da epilessia non controllata, portatori di Pace-maker, presenza di clip metalliche (precedenti interventi per aneurismi o malformazioni vascolari cerebrali), stato di gravidanza.
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Come si svolge la metodica?

Il trattamento viene eseguito stando comodamente seduti su una poltrona (o sdraiati su un lettino). Si sente un rumore di un click e si avverte una leggera sensazione di un innocuo picchiettio sulla testa. I pazienti potranno persino guardare la televisione o leggere la rivista durante la metodica.

Ci sono effetti collaterali?

Il trattamento non ha dei veri e propri effetti collaterali. Qualche paziente riferisce un lieve disagio o mal di testa transitorio, ma comunque si è in grado di riprendere le attività quotidiane pochi minuti dopo la fine del trattamento.

Ma la cosa fondamentale è prevenire, tenendo in allenamento il cervello, non trascurarsi e non vergognarsi di chiedere aiuto se ci si accorge che si inizia a “perdere qualche colpo”.

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Studio Medico Dr. Roberto Settembre

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